VII. La melica arcaica

Alcmane di Sardi (?) (seconda metà del VII sec.)

Poeta attivo a Sparta, Alcmane è noto per i suoi parteni (il più celebre è il “partenio del Louvre”, fr. 1 Davies/Page); numerosi carmi rinviano a contesti festivi, in alcuni casi probabilmente di natura simposiale. Dichiarazioni di poetica (PMGF fr. 39).

Letture consigliate

frr. 1 Davies/Page = 3 Calame, 91 Calame (il canto delle pernici).


Stesicoro di Imera (?) (seconda metà del VII-prima metà del VI sec.)

Autore di poemi narrativi in metri lirici e dialetto dorico dedicati a episodi tratti dalla tradizione epica, Stesicoro opera nel quadro di un sistema letterario che sta subendo una profonda evoluzione. Gli antichi lo consideravano principalmente come citarodo, ovvero come autore di opere eseguite da un solista che si accompagnava con la cetra. Ciò suggerisce che non tutte le sue opere fossero composte per essere eseguite da un coro (soprattutto quelle di maggiore estensione). Stesicoro trae ispirazione da tutti i grandi cicli epici (Calidone, Troia, Tebe). Tra le sue opere più conosciute vanno segnalate almeno la Gerioneide, l’Elena e l’opera tebana tramandata da un papiro di Lille.

Letture consigliate

frr. 187 e 192 Davies/Page (Elena e la Palinodia).


Ibico di Reggio (ca. 580-530 a.C.)

Di Ibico, che secondo la tradizione si sarebbe trasferito a Samo presso Policrate I (padre del Policrate che sarebbe divenuto un celebre tiranno), restano principalmente carmi simposiali, spesso a tema erotico.

Letture consigliate

fr. S 151 Davies/Page (encomio di Policrate).


Anacreonte di Teo (ca. 570-485 a.C.)

Anacreonte soggiornò presso il tiranno Policrate di Samo e, alla sua morte (522 a.C.), si trasferì ad Atene presso Ipparco. Anacreonte è un poeta simposiale dall’ispirazione assai varia. La sua fama darà vita a una vera e propria maniera (le Anacreontiche). In qualche caso Anacreonte offre il ritratto divertito di una società in profondo mutamento (come nel caso del parvenu Artamone, PMG 388).

Letture consigliate

frr. 358, 388 (Artamone), 395, 417 Page.


La melica tardo-arcaica

Tra la fine del VI e la metà del V secolo la lirica conosce un momento di grande espansione creativa. In questo periodo, che si conclude nel momento in cui si afferma il prestigio indiscusso dei generi drammatici (soprattutto ad Atene), fiorisce l’epinicio, il canto di celebrazione delle vittorie sportive.

La plasticità della voce melica

L’‘io’ narrante esprime spesso il punto di vista dell’immediato esecutore, ovvero il coro (un caso assai noto è quello del coro di giovani cei nel Peana 4 di Pindaro). Altre volte, soprattutto in Pindaro, l‘io’ narrante offre un punto di vista che si connota, nello stesso tempo, in senso poetico/autoriale. Ciò è evidente nel momento in cui viene scelto un determinato tema o un episodio mitico, viene sottolineata la consapevolezza della propria missione (i.e. della capacità di conferire immortalità ai laudandi) oppure viene attuato un confronto e/o un superamento della tradizione poetica intesa in senso lato. Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante in Pindaro (e.g. il contrasto tra canto simposiale e canto professionale in Ol. 1, Ol. 9 e N. 9; il confronto con l’antica poesia in I. 2).

“His profession, his poetry, is “ultimate,” I argue, because it appropriates all other forms of the victory celebration. Not only that, but it can be argued that he attempts to appropriate all other forms of poetry, especially Homer’s”; “I have already mentioned Olympian 9, where the komastic Archilochus-song of celebration is rejected in favor of Pindaric epinician. The previous poet’s καλλίνικος-hymn is considered, included in the ode by being mentioned (and possibly through the Heraclean subject matter of the ode’s myth: the Archilochus-song may also have recounted the exploits of Heracles), and then passed by”.

Morgan 1993: 7

Dall’esecuzione alla biblioteca

Si pensa all’universo lirico come a insieme di generi definiti, ciascuno dei quali avrebbe una sua propria individualità ben percepibile (inno, peana, ditirambo, epinicio, elogio funebre, partenio, imeneo, epitalamio, skolion). Tuttavia i generi non sono mai realtà in senso essenziale; la tassonomia impiegata dai grammatici alessandrini, del resto, nasce a posteriori e spesso in astratto.

“Literary genres are best seen not as fixed categories but as tendencies, firm enough to allow affinities to and influences to be discernible and to generate a set of audience expectations, but sufficiently flexible to allow and even tacitly invite frustration and redefinition of those expectations. Literary forms exist and evolve within a dynamic process whereby individual exponents stake a claim to their own space within the larger terrain of the genre; they add, omit, mix, expand and contract”; “What emerges for songs of worship is a taxonomy determined sometimes by the cult context, sometimes by the identity of the performer or manner of the performance, where these are sufficiently distinctive to generate a title. It is a | taxonomy with overlaps,, gaps and imprecisions. This absence of system is what one would expect from an approach to classification which arose before the corpus of performed lyric was subjected to scholarly study. In all probability it was in origin simply accretive. It seems to have satisfied the needs of poets and publics in the classical period, who were present as participants in the performance. Divorced from their context, the poems could cause problems for later editors, especially if the occasion/performance markers were weakly expressed. Nonetheless, by the Hellenistic period the nomenclature was sufficiently embedded – and contained enough substance – to allow only for extension of categories and debate about classification of specific poems rather than revision”.

Carey 2009: 22, 29-30

Spontaneità e prospettive del canto

Spesso l’occasione specifica del canto è determinata e irripetibile (una vittoria sportiva per l’epinicio, il compianto per una persona scomparsa nel caso di un lamento, una festa religiosa per il peana o il ditirambo). Il canto corale è pensato per avere prima di tutto una ricezione immediata da parte del pubblico che assiste all’esecuzione del coro. Questa dimensione è fondamentale per gli epinici più brevi, come l’Epinicio 2 di Bacchilide, composto per Argeo di Ceo, vincitore ai giochi istmici (ca. 450 a.C.). Sono presenti però anche altre prospettive:

  • a livello informale: eco nei simposi e in altri media narrativi, ad esempio altri canti o tradizioni (Pi. O. 11.4-5, P. 6.18-9, 1.92-4, N. 6.29-30, 6.45);
  • a livello semiformale: entra in gioco ad esempio la famiglia del laudandus (N. 4, P. 1.97-8; ?I. 3-4?). Vd. e.g. Pind. I. 2.43-6, un’ode per Senocrate di Agrigento commissionata da suo figlio Trasibulo, apostrofato all’inizio e alla fine del carme: “Mai, perché incombono | invidiose speranze sulle menti ai mortali, | egli taccia il valore paterno | o questi inni: perché non li ho fatti per essere immobili! Riferiscilo, o Nicasippo, quando | giungi dall’onorato mio ospite”;
  • a livello formale (I. 4.37-44, 5.21-33, P. 2.13-20).

Ma Omero gli ha reso l’onore tra gli uomini, ed esaltandone tutto il valore insegnò a cantarlo ai posteri sullo scettro dei versi divini. Perché se uno dice bene una lode essa avanza risuonando immortale: sulla terra fruttuosa e sul mare va il raggio delle imprese gloriose, inestinguibile sempre. Che dalle Muse benevole io ottenga di accendere quella fiamma di inni anche in onore di Melisso, virgulto di Telesiade, qual degna corona al pancrazio.

(Pind. I. 4.37-44)

Le edizioni ellenistiche

Probabilmente gli eruditi ellenistici non disponevano di molte informazioni sui testi lirici delle età più antiche. In molti casi dovevano estrarre i dati più importanti dai testi stessi. Gli epinici costituivano senza dubbio uno dei genere più riconoscibili. L’ordine degli epinici di Pindaro tramandati dai codici (forse risalente ad Aristofane di Bisanzio) presuppone in primo luogo una suddivisione in libri che rispecchia i diversi luoghi delle vittorie (il più prestigioso era Olimpia, seguita da Delfi, Corinto e Nemea). All’interno di ciascun libro i canti si susseguono in base al rango della specialità sportiva: corsa dei carri, corsa dei cavalli montati, corsa dei muli, quindi pancrazio, lotta, pugilato (gli ultimi tre in ordine libero), pentatlo, corsa oplitica, dolico, diaulo e stadio. L’ordine tuttavia presenta qualche deroga. L’Olimpica 1 per Ierone, vincitore nella corsa con i cavalli montati, precede anziché seguire l’ode per Terone vincitore nella corsa con i carri. Come informa uno scolio, fu Aristofane di Bisanzio a decidere la collocazione iniziale dell’ Olimpica 1 per via del fatto che includeva l’elogio dei giochi olimpici e il racconto della loro fondazione al tempo di Pelope (ὁ δὲ ἐπινίκιος οὗ ἡ ἀρχή· Ἄριστον μὲν ὕδωρ, προτέτακται ὑπὸ Ἀριστοφάνους τοῦ συντάξαντος τὰ Πινδαρικὰ διὰ τὸ περιέχειν τοῦ ἀγῶνος ἐγκώμιον καὶ τὰ περὶ τοῦ Πέλοπος, ὃς πρῶτος ἐν Ἤλιδι ἠγωνίσατο, Drachmann p. 7.14-17). Vi sono altre eccezioni: la Pitica 2 è stata composta per giochi locali e non per gli agoni pitici (un’anomalia di cui gli antichi erano consapevoli), e la Pitica 3, una sorta di ‘epistola a Ierone’ (Puech, Pindare, II 49), è stata inserita dopo le prime due odi dedicate al sovrano; “l’allusion aux victoires remportées à Delphes par son étalon Phérénicos (128-133) a paru suffisante pour justifier le classment dans les Pythiques de cette ode de charactère mal déterminé” (Irigoin 1952: 44). È probabile che anche la raccolta delle prime tre odi pitiche sia dovuta ad Aristofane di Bisanzio, che volle privilegiare il fatto che tutte e tre erano destinate a un unico illustre vincitore.
Il libro delle Nemee di Pindaro era concluso da una sorta di ‘appendice’, cioè tre odi che non erano Nemee in senso stretto. La Nemea 11, tra l’altro, era classificata da Didimo (schol. N. 11 Inscr. a; schol. N. 11.10a) fra i Paroinia (Παροίνια, secondo i codici) oppure fra i Parteni (se si accoglie la correzione Παρθήνια di Bergk, come fa Drachmann).

Nel caso dei Ditirambi di Bacchilide, il papiro londinese mostra che la loro successione segue l’ordine alfabetico dei titoli.


L’articolazione più comune dell’epinicio

  1. Il canto si apre con una lode iniziale che include il nome del vincitore e quello di suo padre (se in vita), la città natale, la disciplina sportiva, il luogo di competizione.
  2. La lode iniziale è conclusa da una formula di transizione (in genere una breve espressione sapienziale, la γνώμη), che segna il passaggio a una sequenza narrativo di contenuto mitico riconducibile all’occasione celebrata. Le γνῶμαι si presentano in genere come enunciazioni di una realtà sempre valida e che non necessita di dimostrazione; per questo motivo  rendono più agevole il passaggio da un livello cronologico all’altro (attualità-mito) o in ogni caso da un tema al successivo.
  3. La lode iniziale è spesso richiamata al termine del carme da una lode conclusiva

Simonide di Ceo (ca. 560-470)

È considerato inventore dell’epinicio, ma della sua produzione in questo genere resta molto poco. Famosi erano i suoi encomi funebri (θρῆνοι) e i canti simposiali (σκόλια). Nel più celebre di essi, l’Encomio di Scopas (PMG 542), le convenzioni della lode sono colte in una nuova prospettiva, che tiene conto dei limiti della condizione umana. Nel 1992 è stata inoltre pubblicata una sezione consistente della sua elegia per i caduti nella battaglia di Platea del 479 a.C. (frr. 10-17 West), inaugurata da un vero e proprio inno ad Achille, il più forte degli Achei, funzionale ad esaltare le imprese dei Greci da lui cantate. Simonide messo in salvo dai Dioscuri: Cic. Orat. 2.86; Quintil. 11.2.11; Liban. Or. 5.52-3.

Letture consigliate

frr. 11 (elegia per Platea), 20, 22 (elegia per Echecratide) West; frr. 531, 542 (encomio di Scopas), 543 (“lamento di Danae”) Page.


Pindaro di Tebe (ca. 520-440)

Pindaro fu autore di alcuni canti monodici destinati al simposio (skolia) e soprattutto di un gran numero di canti corali di varia natura: inni, peani, ditirambi, elogi funebri e parteni. Gli unici tramandati integri sono gli epinici, suddivisi in Olimpiche, Pitiche, Istmiche e Nemee in base ai luoghi delle vittorie atletiche. Profonda consapevolezza poetica: i limiti (anche narrativi) della lode, la tecnica associativa, il ruolo di vate (per natura) e la mediazione fra mito e attualità.

Letture consigliate

Pitiche 1, 4, 5.1-23, 9.1-75, Olimpiche 1, 2.


Bacchilide di Ceo (ca. 520-450 a.C.)

Bacchilide venne ‘riscoperto’ alla fine dell’’800, grazie alla pubblicazione di un papiro londinese che ne ha tramandato una parte molto significativa dei suoi epinici e dei suoi ditirambi (uno dei quali è singolarmente privo di sezioni narrative ma è costituito dal dialogo fra il re Egeo e il popolo di Atene nell’imminenza dell’arrivo di Teseo). Fu autore anche di alcuni componimenti destinati al simposio, purtroppo molto frammentari.

Letture consigliate

Epinicio 3; Ditirambo 17.